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La solita vacanza - 02.La spesa


di Eriaku
10.01.2026    |    2.523    |    2 9.8
"Una delle sue mani scivolò giù, tra le mie gambe, e trovò il clitoride gonfio e bollente..."
01.La spesa

La gola mi bruciava. Un bruciore acido, caldo, che scendeva lungo l’esofago e si depositava nello stomaco come un sigillo di colpa. Un odore pungente di salumi stagionati e di formaggi vecchi impregnava l’aria polverosa della dispensa. La mia fronte era premuta contro il freddo metallo di uno scaffale, le mani, con le nocche bianche, aggrappate a una grata. Davanti a me, un muro di scatoloni di pomodori pelati e bottiglie d’olio oscurava la luce fioca che filtrava dalla porta socchiusa.

Alle mie spalle, il respiro affannoso di Salvatore.

Il suo cazzo, duro e compatto come un salame stagionato, mi sfondava con un ritmo regolare, meccanico. Ogni spinta mi sbatteva contro lo scaffale con un tonfo sordo. Non era la furia animalesca del barbone, o la tenerezza di mio marito. Questa era una possessione metodica, quasi professionale. Una transazione.

«Così… così, signora Veronica» ansimava lui, la voce bassa e roca, un filo di trionfo nella cadenza dialettale. «Che bel culo che ha. Da vera vacca.»

Chiudo gli occhi. Non vedevo la sua faccia, ma sentivo il suo odore, diverso da quello dell’uomo della stazione: sudore misto a prezzemolo, aglio e a quello strano, dolciastro del lardo. Le sue mani, callose e unte di grasso, mi stringevano i fianchi con una forza che sapeva di lavoro manuale, di impasti e di tagli di carne. Non mi faceva male. Mi segnava.

Come ero finita lì, piegata sulla merce di un negozio di alimentari, a farmi scopare dal salumiere?

***

Erano passati due giorni. Due giorni in cui avevo lavato la mia pelle fino a farla diventare rosa, due giorni in cui avevo cercato di seppellire l’accaduto sotto strati di normalità. Avevo cucinato, giocato con i bambini al mare, fatto l’amore con mio marito Matteo con una passione insolitamente intensa, come se potessi cancellare con il suo corpo pulito il ricordo di quello sporco. Funzionava, durante il giorno. Di notte, nell’oscurità, il ricordo del sudore, della violenza, del mio stesso piacere traditore, tornava più vivido che mai.

Quella mattina, Matteo mi aveva chiesto di andare a fare la spesa al paese, perché l’indomani sarebbe arrivati dei parenti. «Vai tu, amore? Il Salumificio di Salvatore ha il prosciutto crudo che piace ai bambini. E prendi del pecorino anche!»

Il Salumificio di Salvatore. Una piccola bottega buia e profumata nel centro del paese. Ci andavo sempre. Salvatore era un uomo sulla cinquantina, fisico asciutto, con i capelli grigi tagliati corti, gli occhi scuri e le mani sempre leggermente unte. Sempre gentile, sempre professionale. Un uomo di famiglia, si diceva. Con la moglie e due figli grandi.

Entrai, il campanello sopra la porta tintinnò. L’odore mi colpì come sempre: un misto di carne stagionata, spezie e muffa nobile. Era vuoto.

«Buongiorno?» chiamai.

Dietro il banco di marmo, la tendina di plastica a strisce si mosse e lui uscì. Indossava un grembiule bianco macchiato di rosso. Mi sorrise.

«Signora Veronica! Ben tornata. Come sta?»

«Bene, Salvatore. Mi dai mezzo chilo di quello crudo dolce, per favore. E un pezzo di pecorino non troppo stagionato.»

«Subito.»

Mentre affettava il prosciutto con la maestria di chi lo fa da una vita, lo osservai. Le sue mani erano forti, precise. I tendini che si muovevano sotto la pelle mentre maneggiava il coltello. Alzò lo sguardo dal tagliere e i nostri occhi si incrociarono.

E lì lo vidi.

Non era lo stesso sguardo allucinato del barbone. Questo era più controllato, più umano. Ma c’era la stessa fame. La stessa luce oscura, predatoria, che sembrava dire: *Ti vedo. So cosa sei. So cosa hai fatto.*

Trasalii e abbassai lo sguardo sul banco di marmo. Il mio cuore iniziò a battere all’impazzata. Era assurdo. Era solo Salvatore, il salumiere.

«Ecco fatto, signora» disse, avvolgendo il prosciutto nella carta oleata. Quando mi passò il pacchetto, le nostre dita si sfiorarono. Una scintilla di elettricità sporca mi attraversò il braccio.

«Grazie» mormorai, la voce improvvisamente strozzata.

«Di niente. Vuole altro?» La sua domanda era normale. Il tono, no. Era più basso, più intimo.

«No… no, grazie.»

«Peccato. Ho del salame nuovo, stagionato al mirto. È… particolare. Forte. Sa di terra e di bosco.» Mi fissò, e di nuovo quella luce. «Vuole assaggiare?»

La tentazione fu più forte di me. Più forte della ragione, del buon senso, della paura. Annullai. E feci un cenno di sì con la testa.

«Venga dietro il banco» disse, sollevando il lembo della tendina. «Le faccio assaggiare un pezzetto.»

E io andai. Come un automa, oltrepassai il confine del banco, entrai nell’area privata, dove l’odore di carne e spezie era ancora più intenso. La stanza dietro era piccola, un retrobottega stipato di forme di formaggio, di prosciutti appesi, di casse. Una scrivania ingombra di carte e un piccolo lavandino.

Lui tagliò una fettina sottile di salame, la infilzò con uno stecchino e me la porse. Mentre mi chinavo per prenderla con la bocca, sentii la sua mano posarsi sulla mia nuca. Non una presa, solo un peso.

Masticai. Il sapore era forte, piccante, quasi selvatico.

«Le piace?» chiese. La sua mano scivolò lungo la mia schiena.

«Sì», sussurrai.

«Lo sapevo» disse. E poi, senza nessun altro preambolo, mi spinse contro la porta chiusa. «Si giri.»

E io mi girai. Sentii le sue dita, unte e callose, abbassare la mia gonna estiva. Poi scivolare sotto l’elastico delle mie mutandine. Le fece scendere lungo le mie gambe, senza strappi, con un gesto quasi elegante. L’aria fredda della dispensa mi colpì lì dove non doveva. Lui emise un suono basso, un grugnito di approvazione.

«Guarda qua» mormorò, una delle sue mani scivolando tra le mie natiche per toccare quello che già sapeva di trovare. «Bella e pronta. La signora ha la fica in calore.»

La vergogna mi bruciò le guance, ma insieme a lei un fiotto di piacere ancora più sconvolgente. Non ci furono altre parole. Non ce n’era bisogno. Mi spinse più forte contro la porta, si abbassò i pantaloni del grembiule e mi penetrò con un unico, fluido movimento. Non ci fu resistenza. Ero aperta, accogliente, bagnata. Un gemito soffocato mi uscì dalla gola mentre mi riempiva completamente.

«Eh, già… tutta per me» ansimò alle mie spalle, iniziando a muoversi. Era una presa di possesso calcolata, consapevole.

Fu lì, contro quella porta, mentre il campanello del negozio tintinnava invano e i passanti parlavano fuori, che capii. Non era lui. Ero io. Era qualcosa in me che loro vedevano, una ferita aperta, un invito scritto in un linguaggio che solo certi uomini sapevano decifrare. Forse un odore di disponibilità e di degradazione che attirava i predatori come il sangue attira gli squali.

***

«Più forte» gemetti, nella dispensa. La parola mi uscì dalle labbra come una confessione. Non stavo subendo. Stavo partecipando. Stavo chiedendo.

Salvatore aumentò il ritmo. Lo scaffale metallico scricchiolò pericolosamente. Una bottiglia d’olio cadde e rotolò sul pavimento, ma nessuno dei due se ne curò. Le sue mani si spostarono dalla mia vita ai miei seni, li afferrò attraverso la maglietta di cotone, strizzandoli con una forza che mi fece urlare di piacere.

«Le piace, eh? Alla signora piace farsi chiavare così, dal rozzo salumiere?» sibilò all’orecchio, il fiato caldo che sapeva di caffè e di tabacco. «Puttana di paese. Vieni a comprare il prosciutto con la fica già aperta e pronta.»

Ogni parola era un colpo, ogni insulto un brivido che mi scendeva lungo la schiena. Mi umiliava e io mi inebriavo di quell’umiliazione. Non c’era violenza stavolta, ma l’umiliazione, la consapevolezza di essere ridotta a un oggetto, a una «cosa» da usare in un magazzino, era altrettanto eccitante. Una delle sue mani scivolò giù, tra le mie gambe, e trovò il clitoride gonfio e bollente. Lo sfiorò con il pollice calloso e io ebbi un sussulto.

«Sta per venire, la signora?» ringhiò, il ritmo dei suoi colpi che diventava irregolare, più profondo.

«Sì…» ansimai, sentendo la pressione salire, un vortice di piacere che iniziava a risucchiarmi dalle viscere.

«Non trattenerti» comandò lui, la voce un ruggito soffocato. «Vieni. Vieni sul cazzo del salumiere. Sbrodolagli addosso, fagli vedere che sei una troia.»

Quelle parole furono la scintilla. Il mio corpo, già teso come una corda di violino, si spezzò in un orgasmo violento, catartico. Un’onda di fuoco mi esplose dal basso ventre, si diffuse per le gambe fino alle punte dei piedi, risalì per la schiena fino a farmi contorcere la testa all’indietro contro lo scaffale. Mi morsi le labbra per soffocare un urlo, e al suo posto un suono strozzato e animale lasciò delle mie labbra e vagò nella piccola stanza. Le mie viscere si contrassero intorno a lui, una serie di spasmi incontrollabili che lo stringevano, lo spremevano. Vidi bianco. Il mondo svanì, lasciando solo il martellio del mio cuore, il suo gemito roco e la sensazione di essere finalmente, completamente, perduta.

Lui continuò a muoversi, cavalcando le mie convulsioni, approfittando delle mie contrazioni per affondare ancora più dentro. «Sì… così… spremimi, puttana… spremimi tutto…» rantolò.

Forse sentendomi vicina al collasso, si ritrasse di colpo. Mi fece girare e mi spinse giù, in ginocchio sul pavimento sporco di segatura. Davanti ai miei occhi, il suo cazzo, lucido dei miei umori e ancora pulsante per l’orgasmo che aveva appena causato, era una promessa di ulteriore degradazione.

«Pulisci» ordinò. «Con la lingua. Poi finisci il lavoro.»

Obbedii. Senza esitazione. Spinsi il viso tra le sue cosce e iniziai a leccare, a pulire ogni traccia di me da lui. Il sapore era salato, muschiato, inequivocabilmente sessuale. Largo e nodoso, sembrava veramente un grosso salame. Lo stringevo, lo succhiavo. Lui emise un sospiro roco e mi mise una mano sulla nuca, non spingendo, ma guidando.

«Brava ragazza» borbottò. «Ora succhia. Fino in fondo. Voglio sborrarti in gola.»

Allargai la bocca e lo accolsi più a fondo. Era troppo grosso, mi feriva la gola, ma io continuai, ansimando dal naso, le lacrime che mi rigavano le guance per lo sforzo e il piacere residuo che ancora mi scuoteva. Le sue mani si intrecciarono nei miei capelli, prendendo il controllo. Iniziò a muovere i fianchi, a pompare nella mia gola con un ritmo risoluto. Sentivo il suo pube peloso schiaffeggiarmi il viso, il suo odore invadermi le narici. Ero completamente in suo potere, una cosa ai suoi piedi, e la parte di me che aveva appena goduto più forte che mai fremeva ancora per quello stato.

Il cambiamento nel suo respiro me lo annunciò. Si irrigidì, le dita si contrassero nei miei capelli con una forza quasi dolorosa.

«Ora» grugnì, la voce rotta. «Ora, puttana. Bevi tutto. Non perderne una goccia.»

E venne. Non un semplice schizzo, ma un getto caldo, denso e abbondante che mi inondò la bocca, la gola. Deglutii convulsamente, senza pensare, guidata solo dall’istinto e dalla sottomissione. Il sapore era amaro, pungente, un’affermazione finale del suo dominio. Continuai a succhiare fino all’ultima pulsazione, fino a quando non si rilassò, esausto, e si ritrasse dalla mia bocca con un suono umido.

Rimasi in ginocchio, il respiro affannoso, il suo seme ancora caldo sulla lingua e nello stomaco. Lui si sistemò i pantaloni, senza fretta, guardandomi dall’alto con un’espressione che non era né affetto né disprezzo. Era possesso soddisfatto.

«Il prosciutto e il pecorino sono già confezionati sul bancone» disse, tornando improvvisamente il professionale Salvatore. «Li paghi quando esce. Buona giornata, signora Veronica.»

Si aggiustò il grembiule e uscì dalla dispensa, lasciandomi lì, in ginocchio tra le scatole, con il sapore di lui ancora in bocca e il mio corpo che tremava per l’orgasmo appena passato e il senso di umiliazione.

***

Raccolsi la borsa della spesa dal bancone. Il pacchetto del prosciutto e del formaggio era lì, impeccabilmente avvolto. Pagai con banconote che mi tremavano in mano. Mentre uscivo, la porta a campana tintinnò. Una donna del paese, una certa signora Elvira, stava entrando. I nostri sguardi si incrociarono per un istante. I suoi occhi scivolarono su di me, sui miei capelli forse leggermente fuori posto, sulle mie guance forse troppo colorite. Abbassai lo sguardo prima che potesse vedere il disordine che sentivo scritto in faccia, il segreto che mi bruciava la lingua. Lei fece un cenno del capo, impersonale, e si diresse verso il banco.

Uscii nel sole cocente del mezzogiorno. La luce mi accecò. Il paese era vivo, normale. Il profumo di pane appena sfornato contrastava brutalmente con il retrogusto amaro che ancora persisteva in gola. Io camminavo in mezzo a loro, e dentro di me ribolliva il segreto. Mi portai una mano alla bocca, come per cancellarlo, ma poi la lasciai cadere. Volevo tenerlo lì, quel ricordo. Volevo sentirmi sporca.

A casa, Matteo era in giardino con i bambini. «Tutto bene, amore? Sei pallida» mi disse, dandomi un bacio sulla guancia.

«Fa caldo» mentii, ricambiando il bacio. Le mie labbra su quelle pulite, innocenti. Sentii un’ondata di nausea, ma anche di perverso orgoglio. Lui non sapeva. Non avrebbe mai potuto immaginare.

Baciai i miei figli sulla fronte, il loro odore di bambino, di crema solare e di mare. E mentre lo facevo, la mia mente tornava alla dispensa buia, alle mani unte sui miei fianchi, alle parole oscene sussurrate all’orecchio, al picco dell’orgasmo che mi aveva fatto vedere le stelle mentre mi chiamava puttana.

Ero due persone. La Veronica che baciava il marito e i figli, che preparava il pranzo, che sorrideva al vicino. E la Veronica che si inginocchiava sui pavimenti sporchi, che beveva lo sperma di uomini che non erano suo marito, che cercava in quella degradazione una verità su se stessa che la vita ordinaria non poteva darle.

La prima esperienza, con il barbone, era stata una violazione, a cui il mio corpo aveva risposto con un tradimento. Questa, con Salvatore, non era stata una violenza. Era stata una scelta. Una transazione consensuale, anche se malata. Io avevo visto quello sguardo e ci ero andata incontro. Mi ero offerta. E avevo goduto, più intensamente di quanto avessi mai fatto con mio marito.

E mentre lavavo l’insalata per il pranzo, sentii un nuovo, pericoloso pensiero farsi strada. Se la prima volta era stata un incidente, un capitolo di una storia che non avevo scelto… questa volta avevo scritto io il primo paragrafo. E avevo raggiunto l’apice del piacere proprio nel momento di massima umiliazione. Forse, solo forse, la storia non era finita. Forse c’era un altro capitolo da scrivere, un altro uomo con quello sguardo da attendere, un’altra parte di me ancora più oscura da scoprire, e forse da cui godere ancora di più.

Il fuoco che si era acceso nella stazione abbandonata non si era spento. Ora stava bruciando, alimentato dalla mia stessa vergogna e dalla mia sete di piacere proibito.
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